Dopo il panico scatenato negli USA da SVB, anche in Europa si trema per Credit Suisse

Cresce la paura tra le authority, che intervengono con misure eccezionali.

Delle settimane molto movimentate hanno messo in seria difficoltà il sistema finanziario, infatti, alcune banche sono fallite, prima in America e poi in Svizzera, aumentando il timore di contagio nel sistema finanziario, tanto da spingere le autorità a ripararsi con delle misure aggressive.

L’ultima banca chiusa dalle autorità finanziarie negli USA, in ordine cronologico, è la Signature Bank, specializzata nel settore delle criptovalute, chiusa dalle autorità di regolamentazione statale a causa di quella che è stata definita “eccezione di rischio sistemico”, termine che deriva dal legame tra il titolo e l’andamento del mercato di riferimento. Subito dopo in Svizzera, anche Credit Suisse, ha fatto notizia per il suo tonfo in borsa a seguito di alcuni rilievi sui bilanci da parte della società di revisione PWC, alimentando i timori di un possibile “rischio contagio” su più larga scala.

Ma cosa sta succedendo? Che ripercussioni avrà tutto questo sul mercato?

SVB, Silvergate Bank, Signature Bank: la situazione

Nel corso delle ultime settimane è rimbalzata su tutti i media la notizia del fallimento della Silicon Valley Bank (SVB), una banca americana, nata in California.

Il motivo è più semplice di quel che sembra, questa caduta è avvenuta a causa del rapido aumento dei tassi (per far fronte al fenomeno dell’inflazione). La banca per contrastare questo fenomeno utilizzava le obbligazioni per far rendere il denaro depositato dagli investitori, come del resto è prassi per il settore.

Il problema è che, allo stesso tempo, la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha alzato i tassi d’interesse riducendo il valore degli investimenti fatti da SVB.

Quando ciò accade, in genere, le banche aspettano che gli investimenti scadano per limitare le perdite, la Silicon Valley Bank, invece, avendo avuto da una parte una riduzione dei nuovi depositi e dall’altra un incremento dei prelievi, l’8 marzo ha dovuto annunciare la vendita di titoli per 21 miliardi di dollari, prevedendo una perdita di 2 miliardi.

Gli investitori a questo punto hanno cominciato a prelevare e solo due giorni dopo le autorità hanno infine deciso di chiudere la banca.

Successivamente, anche la società americana Silvergate Capital ha annunciato la propria chiusura, facendo sapere che avrebbe liquidato la sua banca specializzata in criptovalute, la Silvergate Bank.

Dopo che la società ha ammesso di avere problemi a continuare a operare a causa delle difficoltà che il settore sta attraversando, il titolo è crollato in Borsa scatenando un panico generale.

La sua crisi, oltre alla situazione del settore, è legata al crollo dei prezzi degli asset crypto, alla stretta delle autorità di regolamentazione e alla serie di fallimenti che hanno caratterizzato il mondo delle criptovalute, come per esempio Ftx.

Subito dopo quanto raccontato, è continuato l’effetto a catena e anche un’altra banca, questa volta a New York, la Signature Bank, è fallita. Questa, è la 21esima banca statunitense per dimensioni, con un patrimonio stimato dalla Fed in 110 miliardi di dollari alla fine del 2022 ed il suo fallimento è il terzo più grande nella storia degli USA, dopo SVB e Washington Mutual nel 2008.

Il motivo è sempre lo stesso, l’aumento dei tassi di interesse hanno spinto i clienti a investire il loro denaro in prodotti finanziari che rendono meglio dei conti correnti e a prelevare in maniera impulsiva.

Interventi e provvedimenti

Tesoro, Federal Reserve, Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), dopo i problemi di Signature Bank, hanno fatto scattare un piano d’emergenza creando una rete di salvataggio dei depositi afflitti, promettendo che i clienti degli istituti non avrebbero subito alcuna perdita e sarebbero stati risarciti del tutto, nell’immediato, nonostante formalmente l’assicurazione federale sui depositi si fermi a 250.000 dollari.

La Fdic può coprire la totalità dei depositi di Silicon Valley Bank e Signature, di quasi 300 miliardi di dollari, infatti, per recuperare eventuali perdite può imporre un’imposta extra su tutte le banche, scongiurando terremoti sistemici ed evitando di attingere alle casse pubbliche e ai soldi dei contribuenti.

Ma non è finità qua, la Fed, aprirà una nuova linea di credito, chiamata Bank Term Funding Program (Btfp), che sarà a disposizione di tutti gli istituti finanziari, in modo tale da proteggere al massimo i depositi, offrendo prestiti della durata di un anno.

Per riuscire ad attuare questo piano, si ricorrerà a un fondo del Tesoro da 25 miliardi di dollari, utilizzato già in passato per riuscire a stabilizzare i mercati valutari.

Per riuscire a garantire i prestiti dati, la Fed accetterà dalle banche titoli del Tesoro e di altri enti pubblici, non al valore attuale ampiamente svalutato ma a quello originale al loro originale valore, in questo modo le banche avranno diritto a prestiti più elevati.

Credit Suisse: prima il crollo e poi un accordo storico

Pochi giorni fa, dopo quanto accaduto in America, anche in Europa si è scatenato il panico nel mondo finanziario. Le azioni di Credit Suisse – leader di mercato globale nel settore wealth management, con solide competenze di investment banking e asset management – sono crollate, raggiungendo un minimo storico.

Il calo è avvenuto dopo che, dopo un anno difficile con oltre 7 miliardi di franchi di perdita il presidente della Saudi National Bank Ammar Alkhudairy, che aveva acquistato una partecipazione del 10% nella banca d’investimento, ha escluso la possibilità di fornire alla banca ulteriore assistenza finanziaria.

I mercati ovviamente hanno reagito di conseguenza e dopo il fallimento della Silicon Valley Bank, hanno visto un crollo del 30% del titolo dell’istituto svizzero in Borsa.

Già prima di questi accadimenti, la situazione di Credit Suisse non era delle migliori: nel corso degli ultimi tre anni diversi Ceo e un presidente del Cda erano stati allontanati e miliardi di euro erano andati persi in fondi speculativi. Sono, inoltre tantissimi gli scandali in cui è stata coinvolta, per esempio è stata accusata di proteggere i depositi del dittatore Marcos e della moglie Imelda, di avere legami finanziari con il dittatore nigeriano Sani Abacha, di riciclaggio di denaro per la Yakuza, la mafia giapponese, di aver aiutato Sudan e Iran ad aggirare le sanzioni.

In pochi giorni, però, qualcosa è cambiato e si è arrivati a un accordo storico per la Svizzera e non solo. Ubs, banca più grande e importante del paese alpino, ha acquisito la concorrente Credit Suisse per oltre 3 miliardi di euro, con l’aiuto della banca centrale svizzera, che ha versato 100 miliardi di liquidità extra per coprire eventuali perdite e 9 miliardi di garanzie pubbliche a copertura di esuberi, cause legali e minusvalenze da cessioni.

Dopo una prima offerta ritenuta troppa bassa, il rilancio dell’istituto finanziario fondato nel 1856 da Alfred Escher è stato decisivo, come si può leggere nel comunicato sul sito di Ubs:

“In base ai termini dell’operazione gli azionisti di Credit Suisse riceveranno un’azione Ubs per ogni 22,48 azioni Credit Suisse detenute, pari a 0,76 franchi svizzeri per azione, per un corrispettivo totale di 3 miliardi di franchi svizzeri”.

“Con l’acquisizione di Credit Suisse da parte di Ubs è stata trovata una soluzione per assicurare la stabilità finanziaria e tutelare l’economia svizzera in questa situazione straordinaria”, si legge invece in una comunicazione firmata dalla banca nazionale svizzera (Bns), che ha sostenuto l’operazione insieme alla Confederazione e all’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma).

La Bns concederà a Ubs “un sostegno di liquidità sotto forma di prestito con privilegio nel fallimento per un ammontare massimo complessivo di 100 miliardi di franchi” per far sì che “entrambe le banche possano disporre della liquidità necessaria”.

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